Per Elon Musk questo dovrebbe essere un grande anno: dopo la pioggia di fondi ottenuti nel 2016, può finalmente realizzare la Gigafactory. SpaceX, l’altra sua grande passione, annuncia un aumento della frequenza dei lanci di razzi per soddisfare gli ordini, che ammontano a diversi miliardi di dollari. Pure l’ultima sua startup “The Boring Company”, che punta alla realizzazione di tunnel sotterranei per alleviare la congestione del traffico automobilistico, è pronta ad iniziare gli scavi entro poche settimane, a due mesi dal lancio.

Insomma, dovrebbe procedere tutto rose e fiori.

Eppure… Da un lato ci ha messo lo zampino la politica. Da sempre “nel mezzo”, come si definisce lui stesso, “mezzo Democratico, mezzo Repubblicano”, la sua partecipazione, come consigliere esterno, alle iniziative dell’amministrazione Trump ha suscitato sdegno nella gran parte dell’opinione pubblica americana che si oppone al nuovo presidente. Sebbene non abbia raggiunto lo stesso successo della campagna di boicottaggio #DeleteUber, promossa nei confronti dell’azienda di ride-sharing per un analogo motivo, anche Tesla è stata in parte colpita dalla cancellazione, per protesta, di un certo numero di ordini della Model 3.

Ora arrivano pure i sindacati. Un operaio dello stabilimento Tesla di Fremont, Jose Moran (probabilmente uno pseudonimo), ha esposto le condizioni di lavoro nell’impianto in un post su Medium: le lunghe ore, con gli straordinari obbligatori, richiesti in virtù del ridotto numero di operai rispetto alle esigenze di produzione. Moran parla anche del crescente numero di infortuni, facilitato proprio dai ritmi serrati. E le basse paghe, nell’ordine dei 17-21dollari all’ora, non consentono di vivere vicino alla fabbrica, situata nella Bay Area, dove il costo della vita è alto, costringendo gli operai anche ad ore di guida per potersi recare al lavoro. Questi, uniti ad altri motivi, avrebbero portato parte dei lavoratori a contattare l’Uaw (United Auto Workers), il sindacato americano dell’automotive.

Famoso per aver contribuito a rendere gli operai delle fabbriche automobilistiche alcuni tra i più tutelati lavoratori del paese, vanta un forte abilità nel lobbying della classe politica, visto il gran numero di membri, oltre ad un discreto potere economico, grazie al fondo pensione dei lavoratori associati, che ammonta a decine di miliardi di dollari.

Certo, nella storia di Uaw i comportamenti discutibili non mancano, Musk stesso ha già lanciato l’accusa che siano stati loro a pagare l’operaio per scrivere quell’articolo.

Cosa accadrà a Fremont? La battaglia degli operai per i loro diritti dovrebbe continuare. E’ una situazione comunque delicata, in un paese dalle forti disparità come gli Usa, dove esistono poche protezioni legislative dei lavoratori (ad esempio niente ferie pagate o congedo di maternità), ma, parlando del comparto auto, in certi casi la chiusura mentale dei sindacati ha contribuito ad affossare l’industria i cui lavoratori doveva proteggere.

L’unica cosa su cui tutti possiamo concordare è che, come scritto da Moran, “Tesla isn’t a startup anymore”, pertanto non può sottrarsi dall’affrontare queste problematiche.

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