Cancellato come accade solo su un computer. Che fine ha fatto Matthias Müller, potente ceo del gruppo Volkswagen fino a un mese fa? Nel mondo dell’informazione e ancora di più ai tempi di internet in cui tutti sanno (o pensano di sapere) tutto, non c’è diritto all’oblio per l’uscita di scena di Müller. Più che improvvisa, preannunciata dall’inusuale comunicato del gruppo Volkswagen. Come se a Wolfsburg avessero temuto una fuga di notizie. O peggio.

Al suo posto, è noto, è stato messo Herbert Diess. Ma come mi racconta Lepouquitousse – che sul caso Volkswagen ha scritto molto e con cui dialogo per internet essendo lui in viaggio – “Diess è stata una scelta dettata unicamente dal defenestramento di Müller, non c’è dubbio. Non ha l’età né il carisma (al contrario del successore designato di Zetsche, Ola Källenius) tali da giustificare una scelta ponderata. È semplicemente il responsabile del marchio Volkswagen, che pesa ancora per gran parte dei volumi (con margini in ripresa, glielo concedo)”.

Mica sono pochi, obietto, i tre cappelli che Diess si è messo in testa per essere un paracadutato: Ceo del gruppo, capo del marchio omonimo e capo di ricerca e sviluppo. “Trovo incomprensibile – ribatte Lepouquitousse – la volontà di Diess, già da me criticata ai tempi di Winterkorn, di mantenere da Ceo anche la responsabilità del marchio e dello sviluppo del prodotto. E’ quest’ultima che oggi inchioda l’ex Ceo Martin Winterkorn alla responsabilità del dieselgate”.

Non è il destino personale di Müller che qui interessa. Il manager che ha guidato il gruppo Volkswagen all’indomani dello scoppio del dieselgate – promosso al vertice in fretta e furia dall’interno, segno che non c’era la forza di dare una vera discontinuità – a quasi 64 anni è stato mandato a casa con 20 milioni di euro in tasca (ho letto da qualche parte). O forse di più. Il silenzio non ha prezzo.

Müller missing in action, come si dice nel gergo militare statunitense quando si hanno perdite sul campo. O anche quando si hanno perdite di cui non si può dire esattamente come è andata. L’abbiamo imparato dai film. Fellini diceva che il cinema americano era l’ufficio stampa più potente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto.

Lo scandalo Volkswagen iniziato nel settembre del 2015 è finito? “Di sicuro – mi dice ancora Lepouquitousse – non può passare sotto silenzio l’emorragia di cassa avvenuta nel 2017 a causa del diesel, pari a ben 16 miliardi di euro. No, non è certo finita qui”.

Winterkorn è stato incriminato la settimana scorsa da una corte di Detroit. Lui è il massimo livello raggiunto dalla giustizia americana, che ha messo sotto accusa altre 8 persone del gruppo, di cui uno arrestato durante delle vacanze in Florida. Winterkorn, che non sarà comunque mai estradato, è indagato anche in Germania insieme ad altre 48 persone. L’accusa: del software usato per anni da Volkswagen per barare sul controllo delle emissioni, in molti all’interno non potevano non sapere. Probabilmente lo stesso Müller, che allora era a capo di Porsche.

Insomma: e se anche Müller venisse accusato? 

Se accadesse, forse potrebbe essere un’altra spiegazione del perché Volkswagen – superata un’inedita prova dell’alce e con 11 miliardi di utili soltanto nel 2017 – lo abbia buttato giù dall’auto in corsa. Immeritatamente e dopo quell’incomprensibile preannuncio. Delete.

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