Quando Jean-Dominique Senard, presidente del gruppo francese Renault, ha annunciato il licenziamento del direttore generale Thierry Bolloré dichiarando che l’Alleanza ha bisogno “d’un nouveau souffle”, di nuova energia, credo che nessuno si sia posto la domanda sulla nazionalità del sostituto: français, ça va sans dire! 

Ora, sul significato di francese bisogna intendersi: magari si può anche essere oriundi – come sono di fatto Carlos Ghosn e Carlos Tavares –  ma è la provenienza  da una delle Grandes Écoles d’oltralpe – quale requisito di base per appartenere all’élite tecnocratica del Paese – a marcare la linea di confine tra chi può e chi non può aspirare alle più alte cariche dell’industria e delle istituzioni francesi. E la Renault finora non ha fatto eccezione. Anzi.

Ma martedì la Reuters ha sparato la notizia: il sostituto lo si starebbe cercando sì nell’industria, ma certamente fuori dall’azienda e probabilmente anche un non francese.

Per scettici come noi, queste potrebbero apparire delle boutades per confondere le acque e consentire ai cacciatori di teste di lavorare in tranquillità, oppure per dare un segnale di distensione agli alleati giapponesi nel periodo più difficile dell’Alleanza.

Con una buona dose di ironia, ci piace però stare per un attimo al gioco del toto-candidato, e scommettiamo tutto su un testa a testa tra due cavalli di razza dell’industria: non francesi, non formati alle Grandes Écoles, senza “residenza” tra i salotti buoni parigini.

Sono entrambi italiani, di origine meridionale, dei “Ritals”, come i francesi amano appellarli in dialetto argot , ormai in modo quasi affettuoso, anche se l’origine del termine pare venga da Réfugiés Italiennes. Entrambi si sono formati in una università lombarda, sono poliglotti – parlano perfettamente l’uno 4, l’altro 5 lingue – con esperienze internazionali tutte nel mondo dell’auto. E sono amici da quando, quasi 30 anni fa, iniziarono a lavorare nell’industria, proprio in Renault.

Da allora, i loro destini si sono incrociati molte volte, ma dopo quell’esperienza comune non hanno più lavorato insieme. Sul curriculum di entrambi ci sono anche Toyota e Fiat, ma in tempi, funzioni e ruoli diversi. Ora il destino li riunisce in questo duello immaginario e involontario: Luca de Meo o Daniele Schillaci, chi saprà convincere Monsieur Senard?

Il primo, oggi ceo di Seat, già pupillo di Marchionne prima di passare da Fiat Chrysler al gruppo Volkswagen ha dalla sua il pedigree dell’uomo di prodotto e marketing: alla fine degli anni 90 è nella squadra che lancia con successo la Toyota Yaris in Europa e poi nel 2007 è l’artefice del rilancio in grande stile della nuova Fiat 500 (e della Fiat), anche se i suoi detrattori diranno che i risultati della prima generazione della piccola Toyota sono in realtà attribuibili solo all’Italia, e che la vera mente dietro la 500 sia Lapo Elkann.

Come capo del marketing di Volkswagen prima e membro del board Audi per il sales e marketing dopo, si afferma e si fa stimare perfino dai tedeschi, ed è uno dei pochi top manager che resiste alla tormenta dieselgate. In Seat inventa il Made in Barcelona – capendo forse che è un attestato d’origine più credibile del Made in Spain – ricicla alcune idee dei tempi di Fiat (l’operazione Cupra sembra una riedizione di quella Abarth) e si dedica all’innovazione, facendone diventare strategico il ruolo di Seat nel gruppo. Il record di vendite dello scorso anno è dalla sua parte, in ogni caso, un marketeer brillante – anche di se stesso, che non guasta mai – con un’esperienza internazionale solida, abituato a districarsi nella gestione di portafogli di prodotto e marchi assai complessi, e già proiettato nelle sfide della nuova mobilità.

Daniele Schillaci è forse il profilo opposto. Diventato da qualche mese il ceo della Brembo, il fornitore di freni ad alte performance – tra i suoi clienti c’è da sempre la Ferrari – è uomo più pragmatico, con una attenzione quasi maniacale per l’execution, allo stesso tempo vede lontano come pochi sanno, fiuto di chi ha battuto tanta strada. Capisce prima di tutti che il futuro in Europa è ibrido – sui successi attuali di Toyota sul continente c’è la sua firma.

Va in Nissan e si fa subito apprezzare con ruoli di crescente responsabilità. Quando iniziano i problemi, ci mette la faccia e resterà memorabile il suo inchino in stile giapponese al Motor Show di Tokyo del 2017 , tanto da far dimenticare per un attimo che è un gaijin , uno straniero. Chi lo conosce bene lo racconta capace di  sfuriate memorabili, di una (troppo) visibile  insofferenza  per i bullshiters (così li chiamava Marchionne) ma anche di grandi passioni e di coraggio.

Per ultimo, ma cosa non da poco, sia de Meo che Schillaci conoscono bene la mentalità e i riti italiani, sopratutto nella loro versione sabauda di Fiat Chrysler e dunque potrebbero tornare utili qualora si riaprisse un tavolo per un’alleanza con gli Elkann (che dal canto loro pare stiano cercando un nuovo capo della regione Emea, stavolta non italiano…ironia della sorte).

Insomma, a voi la palla Monsieur Senard, consapevole che, come cantava tale Barzotti (oriundo anche lui) , “ je suis rital et je le reste , …dans le verbe et dans le geste”. In altri termini, da un italiano non uscirà mai un francese, un po’ nel male, tanto nel bene…

Commenti

    […] sont fous ces français a dare un italiano (o a un Rital, come aveva anticipato Denis Rameau qui su Carblogger) le chiavi dell’azienda automobilistica simbolo di Francia! Scherzo, ma ora che Luca de Meo […]

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