Saic, Byd, Chery, Geely e gli altri costruttori cinesi che corrono sui mercati europei con i loro modelli elettrificati sono l’immagine rovesciata delle olimpiadi dei robot umanoidi a Pechino. Tanto appaiono ridicoli i secondi – ma poi, perché paragoniamo i loro tempi con quelli di Bolt non lo capisco – quanto si muovono con concretezza i primi. Fine di metafora: sotto le auto e i robot cinesi cominciano a esserci e ci saranno sempre più gli stessi chip e la stessa intelligenza artificiale, sviluppati in proprio e tarati a misura d’uso. Cuore e anima dei nostri tempi, e non c’è nulla da ridere.
E’ noto che Saic, Byd, Chery, Geely, giusto per citare i primi quattro gruppi cinesi in cima per vendite nei primi sei mesi del 2026 nei paesi Ue+UK+Efta, sono in piena campagna d’Europa (insieme agli altri) quale primo obiettivo, anche per cercare di coprire i buchi di casa propria. Effetti di una sovracapacità produttiva, di un calo del mercato di circa il 20%, di una guerra dei prezzi, di un rallentamento della crescita economica della Cina.
Il bollettino è quasi quotidiano, basta dare un’occhiata: un giorno Xpeng che raddoppia la perdita netta nel secondo trimestre 2026; un altro Avatr, start up di veicoli elettrici non ancora pervenuti in Europa da joint venture Changan e Huawei, sotto di quasi 2 miliardi di dollari in quattro anni (dati resi pubblici in vista di un Ipo a Hong Kong); un altro ancora Chery che riduce del 12% i profitti nel primo semestre per perdite da cambi sfavorevoli, e così via.
Dalla 2026 Fortune Global List 500, pubblicata alla fine di luglio su dati anno fiscale 2025, apprendo che Gac e Geely (holding) hanno registrato margini negativi, Baic (socio importante di Mercedes) sta a zero, Dongfeng, Saic e Faw hanno margini positivi sotto il 2%. Byd tiene meglio con il 4,1% (e 91esimo posto in classifica, unico costruttore cinese fra i primi 100 di Fortune), Chery si distingue con il suo 6,3%.
Ma quando qualcuno mi chiede quale costruttore cinese va tenuto più d’occhio per la sua corsa in Europa, oggi io rispondo: Geely. Anche se i suoi numeri non fanno ancora impressione, pure aggiungendo quelli dei due marchi diretti, Zeekr nel premium e Link&Co, e quelli delle controllate Volvo, Smart, Polestar, Lotus e Levc (i taxi elettrici di Londra).
Geely fa impressione per la strategia di crescita, riconfermata in una call dopo ferragosto dal nuovo presidente An Conghui. In tempi di Odissea cinematografica, qualcuno dirà: è il cavallo di Troia. Un tipo di cavallo che in Europa piace a molti, da Leapmotor con Stellantis a Xpeng e Gac con Magna, nulla si può escludere con l’attuale Volkswagen e avanti il prossimo. Solo che quello di Geely adesso mi sembra il più sveglio.
Geely ha siglato una joint venture con Ford in Spagna (con relazioni potenzialmente interessanti un giorno negli Stati Uniti), dove produrrà dei propri modelli fornendo al partner anche una sua piattaforma. Operazione fotocopia di quella con Renault (già socio nella jv Horse sui motori) per due modelli francesi costruiti in Brasile e altri due in Corea del sud. Con in tasca Volvo dal 2010 (comprata da Ford), Geely si è portata avanti: il suo premium come Zeekr lo farà nelle fabbriche svedesi. E senza dimenticare il suo piedone dentro Mercedes.
In un confronto europeo, Chery ha una sola fabbrica in Spagna, Saic per MG avrà una fabbrica in Galizia, Byd una in Ungheria e disperatamente altra cercasi. Non si sorpassano così anche gli altri cavalli?