Sembra non ci sia altro da scrivere sotto al solleone: che fine faranno Volkswagen, Mercedes e Bmw, l’industria delle industrie di Germania alle prese con un malfunzionante modello di business, eccellente nell’hardware quanto arretrato nel software rispetto all’andazzo dei mercati? La locomotiva tedesca si è fermata. E c’è il rischio che un’altra locomotiva somigliante a quella di Francesco Guccini, “lanciata a bomba contro l’ingiustizia”, possa deflagrare a breve. Per una storia di miliardi al vento, lavoro e dividendi.
Le cose sembrano essere messe così male per Volkswagen, Mercedes e Bmw (non allo stesso modo per i tre gruppi) che in giro sento di tutto. Tipo, un importante economista tedesco che prevede Volkswagen un giorno comprata da Byd, per non dire di top manager spiritosi di mia conoscenza che guardano oltre la Germania e prevedono Renault e/o Ford comprati un giorno da Geely.
Di sicuro, i cinesi vanno di moda. Così come, in punta di metafora, certe inedite collezioni tedesche estate-autunno, stagioni bollenti entrambe per il clima di Germania. E non per le trimestrali di Volkswagen, Mercedes e Bmw: mi riferisco alla sorte dei lavoratori dei tre gruppi tedeschi, cui le aziende chiedono sacrifici sempre più pesanti. Riduzioni di organico a fronte di evidenti errori manageriali. Come se fosse colpa loro. E dei cinesi, sempre di moda.
Parto da Bmw, dove tutto sembra più lineare. Il gruppo di Monaco ha sorpreso gli analisti annunciando il taglio di 8 mila dipendenti in Germania, numero non impressionante ma comunque quasi il 10% della forza lavoro nel Paese. E’ la fine dell’inizio o il contrario?
Bmw è controllata saldamente dalla famiglia Quandt, in Borsa è un darling, ha saputo mantenere un buon equilibrio nella transizione all’elettrico. Però, ai primi guai, taglia personale. Anche se ha appena distribuito agli azionisti oltre 2,6 miliardi di euro, dopo aver perso un terzo dei profitti nel primo semestre 2026.
Volkswagen è la collezione più spericolata, per chi ci lavora. Nel 2024 ha fatto un accordo con il potente sindacato IG Metall, che siede anche nel consiglio di sorveglianza in nome della cogestione renana. Niente licenziamenti fino al 2030 ma comunque sotto varie forme via 50 mila dipendenti. A inizio estate, Volkswagen cambia le carte: serve una riduzione della forza lavoro fino a 100 mila unità. O forse no. Indiscrezioni dicono adesso che il numero potrebbe salire a 140 mila. Se ne discuterà di nuovo tra un paio di settimane a Wolfsburg.
Tutto questo mentre Volkswagen ha distribuito ai suoi azionisti 2,6 miliardi di euro, dopo aver perso un terzo dei profitti nel primo semestre 2026. Meno dei 3,2 dell’anno scorso, certo, ma ognuno ha i suoi guai. Detto tra noi, 261 milioni di dividendi sono finiti al fondo del Qatar, socio non indigente dei tedeschi. Dovrà accontentarsi quest’anno, anche se nel Golfo tira una gran brutta aria.
Mercedes è la collezione più originale. A luglio, i suoi lavoratori in Germania sono scesi in sciopero dopo che in una email aziendale è stato comunicato loro che, causa crisi (reale), devono lavorare di più a parità di stipendio. Come se fosse un problema di produttività, e non di prodotto. Non solo: il bonus annuale è stato posticipato all’anno prossimo.
Mercedes ha distribuito dividendi agli azionisti per circa 3,4 miliardi, nonostante profitti dimezzati. E qui l’originalità, di cui i lavoratori tedeschi avrebbero fatto volentieri a meno: circa 665 milioni di dividendi sono stati dati dall’azienda a due azionisti cinesi, entrambi con quasi il 10%. Un pacco di euro a Geely, un altro a Baic, socio a Stoccarda e partner nella importante joint venture in Cina.
Cioè: quasi un quinto dei dividendi Mercedes sono volati in Cina. E poi vai a cantare ai lavoratori tedeschi che “la locomotiva sembrava un mostro strano”.