Ford e delle sue peripezie, chissà se Omero avrebbe immaginato ciò di cui si sta per narrare. O se Christopher Nolan vi avrebbe letto altre tracce per la sua Odissea, film assolutamente da vedere (lo so, lo so, è di moda).
Ford si muove oggi fra Scilla e Cariddi, fra Trump e la Cina, come se aspirasse a diventare l’Ulisse omerico, l’Odisseo sempre capace di inventare vie di uscita quando è con le spalle al muro. Non certo l’Ulisse sapiente di Dante, che oltrepassa le colonne d’Ercole solo per inseguire “virtute e canoscenza”. A Dearborn sanno qualcosa, come si intuisce dalle braccia al cielo di Jim Farley, l’amministratore delegato che sogna di riportare Ford a Itaca. Dove – e ai tempi – il costruttore americano pesava e contava tanto, a livello globale.
Negli ultimi 10 anni, gli stessi della guerra di Troia e del ritorno di Ulisse, Ford ha perso circa il 30% delle sue vendite mondiali, da 6,3 milioni a 4,4. In Europa, è crollata da un milione alle circa 426mila dell’anno scorso, -15% nei primi sei mesi del 2026. In Cina, nel 2016 vendeva quasi 1,3 milioni di auto, adesso è quasi un marchio di nicchia con circa 200mila unità. Byd si fermava allora a mezzo milione di macchine, oggi ha scavalcato Ford al sesto posto globale con 4,6 milioni di unità. Era bella Itaca.
Sto scrivendo per flash, tra i fotogrammi del film di Nolan e l’apparizione davanti ai miei occhi di una Ford Explorer a una ricarica fast, suv guidato in anteprima due anni fa e mai più incontrato su strada, nonostante sia una elettrica molto ben fatta. Sempre per flash, m’imbatto nell’ultima trimestrale del gruppo americano: solita perdita da elettrico dopo la sanguinosa svalutazione da 19 miliardi di dollari e una altrettanto pericolosa inversione a U, ma risultati superiori alle aspettative del mercato e revisione al rialzo di alcuni obiettivi finanziari annuali. Niente male. Anche se non posso ignorare ciò che Ulisse dice del canto delle sirene nell’Odissea di Nolan: “Il massimo che desideriamo è ciò che non possiamo avere e ciò che non possiamo avere è quello che avevamo già e abbiamo perduto”.
Ma è nell’antica Europa che le peripezie di Ford sembrano non avere fine. Nel 2019, dopo aver perso una montagna di soldi, Ford decide di cancellare 12mila posti di lavoro, modelli miti come la Fiesta e si allea con Volkswagen, alla ricerca di scala e di architetture software per le elettriche. Solo che i software tedeschi, contrariamente alla storia della meccanica mondiale made in Germany, funzionano male. Si fanno sacrifici umani. Nulla si avvera.
Sotto coperta, Ford mette al lavoro un gruppo di lavoro segreto in California che chiama in gergo “skunkworks”, con l’obbligo di non sbagliare: o tirate fuori una piattaforma per elettriche che costi poco e funzioni bene come quelle cinesi, o finite in pasto a Polifemo. Nasce così la “Ford Universal EV Platform”, la vedremo per la prima volta all’opera sotto un crossover negli Stati Uniti l’anno prossimo. Di modelli per l’Europa non se ne parla ancora, sebbene sia targata “Universal”.
Navigando a vista, Ford finge poi di legarsi all’albero maestro per non cedere alle tentazioni di altri costruttori. Finché, nel dicembre scorso, a sorpresa annuncia che le eredi elettriche di Fiesta ed Ecosport le andrà a fare non da Volkswagen, ma in Francia da Renault, utilizzando la base di R4 e R5.
A volerlo sono gli dei (degli interessi), non c’entra niente la xenia, la sacra ospitalità per lo straniero. La legge di Zeus e Itaca devono essere ancora molto lontani se adesso Ford Europe si aggrappa a Geely, gigante (buono?) cui offre una joint venture di cui i cinesi hanno bisogno come il pane. Un modo per tenere in piedi la speranza di toccare terra, un giorno, e senza essere mangiati prima.
Cori terribili si alzano dall’America. Diversi esponenti fra i Repubblicani accusano Ford per l’intesa con Geely, così come avevano invocato venti contrari all’accordo con i cinesi (taiwanesi) di Catl per la produzione su licenza in Michigan di batterie e alla trattativa con Byd per la fornitura di altri accumulatori. In privato, detto per ridere quando i social sono onnipresenti come gli dei, qualche giorno fa Farley racconta ai suoi dipendenti di aspettarsi, muro o non muro, che i costruttori cinesi arriveranno negli Stati Uniti entro 5, massimo 10 anni (tutto torna nella temporalità di Omero). Un presagio che oscura il cielo, già di color nero trumpiano.
Ma forse Itaca appartiene a un altro mondo se Farley, uno che di profezie ne ha sbagliate molte, si ricorda di essere un americano da roulette e non un eroe greco e si lascia andare a parole scolpite dal New York Times: “Se non puntiamo sul numero e sul colore giusti, Ford potrebbe anche non esistere più”.