Salgo al solito sulla Vespa blu, my favorite car, e al semaforo lo sguardo mi va sulla scritta chissà perché in inglese: “Objects in the mirror are closer than they appear”. Gli oggetti nello specchietto sono più vicini di quanto appaiono. Bel titolo, penso, se non fosse così lungo.

Che ci faccio? Lo rovescio nel senso e lo dedico a MiMo, nome super breve dell’unico Motorshow italiano e il primo in Europa dall’inizio della pandemia a svolgersi all’aria aperta fra il 10 e il 13 giugno scorsi. MiMo che sta per Milano-Monza, 63 aziende per 120 auto esposte fra le meraviglie della città e l’Autodromo di Monza, il Tempio della Formula 1. MiMo che sta per Mark Twain: la notizia della morte dei Motorshow è stata esagerata.

La diserzione di tanti costruttori dai Motorshow è un processo iniziato ben prima del Covid. I motivi essenzialmente sono legati al ritorno sugli investimenti, giudicati insoddisfacenti in tempi digitali. E così via al de profundis per i Motorshow o Saloni dell’auto, con vittime illustri come quello di Detroit cancellato a gennaio.

Poi succede che in Italia – e questa è già una notizia – un benestante e competente di motori come Andrea Levy s’inventi la formula del MiMo sperimentata prima a Torino con successo – ingresso gratis e open air – e le cose vanno, anche perché dietro c’è il lavoro di uno staff piccolo quanto capace. Risultato? Tra Milano e Monza gli oggetti in questione – business, passione e futuro – sono “closer than they appear”.

Per altri impegni di lavoro non sono andato al MiMo, peggio per me. Oltre a non rivedere tutta insieme varia umanità che nel post Covid (speriamo) è un segnale positivo, dalle cronache scopro di essermi perso (tra le tante) una Bugatti Chiron Super Sport mai vista live così come due piccoli sconosciuti costruttori cinesi dal nome mai sentito, Seres e Weltmeister. Mi merito un altro Twain, scommettendo ottimisticamente di esserci: “Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto”. Tiè.

@fpatfpat

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