Fossi in Gernot Döllner, ceo di Audi, mi preoccuperei. Mica per gli strali dei dirigenti sindacali di IG Metall, partiti dopo foto e dichiarazioni che il manager tedesco ha fatto sabato scorso da un palco elettorale in Georgia a fianco di Donald Trump, annunciando un investimento di 4 miliardi di dollari per una prima fabbrica Audi negli Stati Uniti. Risultato del ricatto del presidente statunitense verso tutti i costruttori stranieri (Toyota e Hyundai avevano già ceduto): o venite a costruire sempre di più in America, o vi dazio.

Nel bilancio 2025 di Audi rilasciato nel marzo scorso, alla voce dazi statunitensi è ascritta una perdita di 1,2 miliardi di euro. Accompagnano un -13,6% di risultato operativo – che Audi imputa soprattutto a Trump – e un margine operativo sceso dal 6 al 5,1%, poco onorevole per un marchio premium.

Fossi in Gernot Döllner, 57enne nato e cresciuto in Bassa Sassonia casa e famiglia del gruppo Volkswagen per cui lavora da sempre dopo esserci entrato da dottorando nel 1993, mi preoccuperei. Mica perché al comizio per le elezioni di Midterm ha parlato di “fantastica opportunità” per Audi e la presidente del sindacato lo ha fulminato definendolo “profondamente imbarazzante, politicamente inaccettabile e indegno dell’azienda”.

Fossi in Gernot Döllner, mi preoccuperei per un altro motivo: perché ricevere l’endorsement di Trump porta male, molto male. E porta ancora peggio nel giorno in cui, per fantastica coincidenza, Lula ha vinto in Brasile, negando a Trump un altro cortile di casa. Non servirebbe nemmeno toccarsi.

Fossi in Gernot Döllner, mi preoccuperei anche per quanto sostiene Alice Weidel, la numero uno del partito neonazista tedesco Afd. Che dà tutta la colpa del disastro del gruppo Volkswagen con 100mila licenziamenti e quattro fabbriche a rischio chiusura in Germania di cui una Audi, non (almeno in parte) a lui né al suo capo Oliver Blume o ai loro predecessori, ma soltanto alla politica e alle decisioni delle grandi coalizioni di Berlino e di Bruxelles.

Trump e Weidel per amici, ignorando il vecchio proverbio di casa Besser ein offener Feind als ein falscher Freund. Non vi preoccupereste un po’ anche voi se foste Gernot Döllner, ceo di Audi?

PS Dimenticavo. Alcuni mesi fa, sono andato a in Alabama a visitare la fabbrica Mercedes di Tuscaloosa, nata trent’anni fa e la più grande all’estero del gruppo tedesco, dalla quale esporta suv anche in Europa. Lo stato maggiore di Mercedes, a partire dal suo amministratore delegato, era presente. Ha promesso nuovi investimenti e ha interloquito con l’improbabile segretario ai Trasporti Sean Duffy e diversi senatori e deputati bilateral, anche se i Repubblicani qui sono maggioranza assoluta. Il sindacato in Germania non ha trovato nulla da dire di fronte a una interlocuzione corretta. Certo, mancava Trump.

@fpatfpat

Lascia un commento

I dati inseriti (nome ed email) sono utilizzati esclusivamente per consentire la pubblicazione e la gestione del commento e per prevenire spam o abusi. L'email non sarà pubblicata né utilizzata per finalità di marketing. Il trattamento avviene nel rispetto del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR). Per maggiori informazioni consulta la nostra Privacy Policy.