Alla Volkswagen tutto a posto e niente in ordine. Le soluzioni votate “all’unanimità” dal consiglio di sorveglianza danno soltanto un calcio al barattolo della crisi del secondo gruppo mondiale dell’auto. Calcio oggi forse inevitabile per una governance intrecciata fra le famiglie Porsche e Piech principali azioniste, il sindacato IG Metall e il Land della Bassa Sassonia. Una sorta di saga medievale che ha funzionato in passato (la “settimana Volkswagen” agli inizi degli anni ’90 è stato il capolavoro di Ferdinand Piech con il sindacato per salvare capra e cavoli) e che non funziona più. Basta guardare all’accordo votato “all’unanimità” che trasforma in spazzatura l’intesa di soli 18 mesi fa su 50mila licenziamenti, ora raddoppiati.

Volkswagen è diventata una saga medievale che ricorda quella dei Nibelunghi. La stirpe leggendaria custodiva un tesoro immenso – Volkswagen incarna anche nell’immaginario la ricchezza industriale, meccanica, tecnologica e sociale dell’intera Germania – sul quale gravava allora una maledizione. Oggi, è quella di non riuscire sempre a stare al passo con l’innovazione. Nonostante mega investimenti, eccellenze e scorciatoie, come vivere di rendita in Cina. Il novello Sigfrido – (non è il nostro Ranucci) e non è un eroe sebbene così qualcuno dipinga Oliver Blume per l’accordo overnight – ora si è impadronito del tesoro, sconfiggendo Alberico (Bassa Sassonia) e il drago Fafnir (IG Metall). Come? Agitando l’atomica di un’assemblea straordinaria degli azionisti che avrebbe potuto cancellare ogni opposizione da Mitbestimmung al suo piano. Una bomba sotto il tavolo delle trattative, cosa mai successa alla Volkswagen e che non si può più escludere venga usata domani per una resa dei conti finale.

Nella saga dei Nibelunghi, ricchezza, maledizione e tradimento portarono successivamente all’assassinio di Sigfrido. Lunga vita naturalmente a Blume, anche se tre suoi predecessori sono caduti negli ultimi vent’anni dopo scontri con draghi simili.

Il calcio al barattolo di Volkswagen prevede che il destino di quattro fabbriche tedesche si decida nel 2027, quando si rifaranno i conti della spesa. Niente più licenziamenti fino al 2030. Ampi tagli al numero di modelli e agli investimenti. Niente scorporo della divisione Volkswagen, un modo per rastrellare nuovi capitali sui mercati. Tutto è stato “softened” e “deferred”, gli aggettivi più usati da Bloomberg per raccontare la “major victory” di Blume.

Volkswagen mette nero su bianco anche un inedito capitolo nell’intesa raggiunta. Quando cita la possibilità di “utilizzi alternativi” per i suoi stabilimenti in bilico, che vanno oltre la classica vendita ad altri costruttori o la condivisione della produzione.

Nell’aria cupa dei conflitti russo-ucraino e mediorientali, la Germania è impegnata in un processo di riarmo, il più grande dal secondo dopoguerra. L’industria difesa avrà bisogno di più capacità produttiva e potrebbe fare virtù della necessità Volkswagen di disfarsi di fabbriche sottoutilizzate. Con sullo sfondo un partito neonazista in ascesa che vuole riarmo nazionale e non difesa comune, e attribuisce soltanto alla politica le colpe della crisi Volkswagen. Le saghe, si sa, non finiscono mai.

@fpatfpat

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