Sic era affettuosamente chiamato Marco Simoncelli, il pilota della formula uno delle moto, morto domenica in Malesia. Sic, in latino, significa così. Lo si usa anche quando si cita una cosa altrui, o per evidenziarne un errore. Sic, è proprio così, è volato via senza volare, rimasto aggrappato alla sua moto che non ne voleva sapere di scivolar via. Sic è caduto e ha provato a tenerla su, l’elettronica di bordo probabilmente ha fatto il resto. Invece di andarsene a sinistra, come le leggi della fisica, l’andazzo e un po’ di culo avrebbero voluto, la Honda con il suo pilota sono tornati verso il centro, sempre più a destra, finché entrambi sono rimasti stesi a terra. Due compagni di Marco gli sono passati sopra a missile, inevitabilmente, e così sia.
L’orribile fine di Sic brucia il tema della sicurezza. Di gomme forse ancora troppe fredde per grattare l’asfalto senza perdere l’ultimo millimetro di aderenza, del sistema di trazione e di gestione della potenza forse troppo indipendente dal manico di chi guida, di circuiti questi sì più sicuri di una volta. Diciamolo: la discussione resta aperta e non basteranno i risultati della telemetria per capire. Sicurezza? Sic l’ha sempre saputo: ma quale sicurezza ci può essere andando a 300 all’ora su due ruote? Quale sicurezza, se non la propria assoluta convinzione che si corre per altro e semmai per partire e arrivare fino in fondo. Sic, lo dice il nome stesso, affettuoso e per sempre.
E’ che a restar lì domenica, inchiodati sulla poltrona a strizzar gli occhi, vengono in mente altri pensieri. La morte del diciannovenne Shoya Tomizawa, l’anno scorso a Misano, scivolato e travolto e ucciso nella Moto Gp2, serie minore, e infatti la corsa è continuata, con i grandi a seguire. O si pensa a quando in città ci si guarda fermi ai semafori, tutti noi su due ruote: su qualsiasi mezzo stiate, per favore, niente bauletto dietro. Buttateli, non c’è bisogno di portarsi una casa una volta usciti da casa. La moto o lo scooter o la Vespa vanno lasciate scivolare sotto le gambe quando si cade, il bauletto è un pericolo, vi porta appresso (e se per Sic l’elettonica avesse avuto un effetto-bauletto?). Stanno progettando automobili che pensano per noi e che evitino gli incidenti. Forse lo faranno anche con le moto. Per adesso, aggrappiamoci almeno al buonsenso. Sic, in fondo, era solo uno di noi che ha fatto quello che la maggior parte di noi non ha voluto o non è riuscito a fare.
Fanno però pensare più di ogni altra cosa le parole dell’ex compagno di squadra di Marco Simoncelli ai tempi della Gilera, Simone Corsi. Ecco: «Tutti sappiamo quanto il nostro sia uno sport pericoloso. Solo che queste cose non succedevano quando correvamo con le 2 tempi. Da quando ci sono queste 4 tempi è più normale vedere moto che rientrano in pista. Anche nella gara della Moto2, c’è stato un episodio simile con la moto di Joan Olivè che dopo una scivolata è rientrata in traiettoria invece di finire fuori alla pista. Con le 2 tempi le moto si spegnevano praticamente subito in caso di scivolata e poi si trattava di moto più piccole. Le 4 tempi, invece si appoggiano sui carter motore e le gomme molto larghe, soprattutto in Moto2, permettono alla ruota posteriore di continuare a spingere la moto, con il risultato di rendere tutto più pericoloso. Di sicuro qualcosa in più per la sicurezza va fatto».

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