In soccorso dell’industria dell’auto europea, da Renault a Volkswagen a Stellantis, è arrivato un cavaliere bianco. Pronto a mettere soldi su una industria che ne fa sempre meno e ne ha sempre più bisogno, fra investimenti in tecnologie per ora senza grande ritorno come intelligenza artificiale ed elettrificazione pura. In cambio, il cavaliere bianco chiede di produrre per sé armamenti, all’ombra di un programma miliardario di riarmo europeo dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la “frattura” (parola del cancelliere tedesco Friedrich Merz) con gli Stati Uniti trumpiani. Uno scenario inquietante anche per non pacifisti, che ci porta cent’anni indietro, quando l’Europa fu sconvolta da due guerre mondiali e l’industria dell’auto fu riconvertita alla produzione di armamenti.
Il cavaliere bianco mi è venuto in mente dopo aver visto passare sotto silenzio la notizia che Renault produrrà droni per uso militare con Turgis et Gaillard, specialista del settore, su richiesta del governo francese. I contatti sono iniziati più o meno un anno fa e l’intesa è stata confermata all’inizio del 2026 dalla stessa Renault, sebbene con molti silenzi trattandosi di cose militari e, perché no, di etica.
Renault è partecipata dallo stato francese al 15%, dunque immagino non potesse rifiutarsi. A Volkswagen, partecipata dal Land della Bassa Sassonia al 20%, potrebbe accadere la stessa cosa dopo che aziende dell’industria difesa come Rheinmetall (la più grande di Germania) l’hanno messa nel mirino con l’intenzione di produrre armi in fabbriche auto sottoutilizzate. I siti di Stellantis in Italia vanno ancora peggio, con numeri produttivi equivalenti a quelli di 70 anni fa. Non ci sono rumors ma John Elkann, presidente di Stellantis, ha appena ceduto via Exor la divisione militare di Iveco a Leonardo. In affari, basta un po’ di disinvoltura per vendere auto, armi, giornali e qualsiasi altra cosa trovi mercato.
Le armi hanno ben altri margini delle auto, come mi ha facilmente confermato un manager (dell’auto) che conosce il tema. Sarà interessante vedere se e come il processo andrà avanti. E se darà un vantaggio competitivo all’auto europea, oggi in grande difficoltà rispetto alla concorrenza cinese e alla solidità giapponese e coreana, grazie a quelli che si preannunciano come aiuti di stato non dichiarati. Sempre che poi, visto come va (male) il mondo, cinesi e giapponesi e coreani non rispondano con la stessa moneta, finanziando a casa propria l’auto con investimenti della difesa.
La Germania ha previsto un piano da 900 miliardi (a debito!) per la propria industria militare, la Francia altri 413 (pur molto malmessa nei conti statali) entro il 2030. Al contrario, l’auto può contare sempre meno su investimenti pubblici nell’ambito di un Green Deal europeo preso politicamente a picconate e probabilmente presto depauperato dalla corsa agli armamenti. Eurobond o meno, la coperta è corta.
Non siamo alla soglia di una economia di guerra, ma la tendenza impressiona. Più droni e carri armati in fabbriche di auto riconvertite, ha chiesto l’altro giorno in una intervista l’ex segretario della Nato Anders Rasmussen indicando i paesi dove si potrebbe fare, “Germania, Italia e Francia, come gli Stati Uniti nel 1941”. Anche se il vero confronto militare non si gioca sui tank ma su intelligenza artificiale e spazio. Terreno sul quale le big tech della Silicon Valley sono già state impegnate dal Pentagono, non per ora le big dell’auto di Detroit.
Anche l’industria della mobilità si confronta sulla tecnologia, fra software e intelligenza artificiale. L’Europa è indietro e l’alleanza con i cinesi, di cui Volkswagen, Renault e Stellantis sono maestri, viene utilizzata per accorciare la rincorsa alla digitalizzazione mancata. Nel frattempo, ci si arrangia: da qualche contratto governativo per armamenti alla riscoperta del diesel, come sta pianificando Stellantis con un ritorno al passato.
“E’ il tallone d’Achille dei nostri sistemi energetici” la dipendenza dai fossili, diceva a Politico qualche giorno fa Dan Jorgensen, commissario europeo all’energia, raccontando un altro scenario inquietante e parallelo a quello bellico: nel 2024, le energie fossili hanno rappresentato ancora il 73% dei consumi energetici primari dell’Unione europea, con il 95% del petrolio e il 90% di gas importati. Il 58% di gas naturale liquefatto ci viene oggi fornito dagli Stati Uniti (quelli della “frattura” segnalata da Merz). Una percentuale che potrebbe salire fino all’80% entro il 2030, secondo uno studio dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis.
Cavaliere bianco o cavaliere nero? L’Europa dell’auto (e non solo) dovrebbe avere altre ambizioni.