La Fiat non chiude altre fabbriche in Italia, ma nemmeno investirà a breve. Taglia le stime di produzione 2012-2104, vede nero per un pareggio tra il 2015 e il 2016, prova a capovolgere la sua storia. Da una parte annuncia di volere esportare e vendere più modelli di marchi redditizi come Maserati e addirittura di voler trasformare da un giorno all’altro Alfa Romeo in un marchio premium come Audi e Bmw, dall’altra chiude Lancia e relega il marchio Fiat a girare solo intorno al successo della 500 e modelli derivati. Una Fiat senzala Fiat. Chesa di ultima scommessa, più che di un piano.

L’amministratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler Sergio Marchionne rovescia il tavolo (di poker) e lascia irrisolta la domanda di lavoro in Italia; perché qui, insiste, gli investimenti sui nuovi prodotti restano condizionati al “rispetto e all’attuazione dei nuovi accordi sindacali”, che “richiederanno 24-36 mesi per la loro attuazione”. Vuol dire che i lavoratori non sono sbattuti fuori subito – come ha già fatto a Termini Imerese e in questi giorni fanno in Psa e in Ford in tre fabbriche in Europa – ma hanno una possibilità di sopravvivere con la cassa integrazione, che un governo dovrà prima o poi dare in deroga. Per loro niente di più e niente di meno, almeno per ora. “Ma come Marchionne può parlare – commenta Maurizio Landini, segretario generale della Fiom – di mantenimento dei siti nel nostro paese se, come ha confermato, non  ha intenzione di investire ora e di progettare nuovi modelli?”.

La revisione degli obiettivi segue l’approvazione di una trimestrale in bianco e nero. A sorpresa, c’è un raddoppio dell’utile netto superiore alle attese, 286 milioni, ma è solo effetto positivo Chrysler, la controllata americana che continua a crescere meglio del previsto grazie al mercato nordamericano. Poi è tutto nero: l’indebitamento netto industriale passa in tre mesi da 5,4 miliardi a 6,7 miliardi, un ritmo impressionante, “1,3 miliardi in 92 giorni, circa 15 milioni di cassa bruciata al giorno”, nota un analista di Crédit Suisse. I target economici sono rivisti tutti al minimo, la borsa ci picchia su duro, giù i target di produzione fino a un 2014 che passa per il gruppo dai 6 milioni di vendite ai 4,6-4,8 milioni. Confermate perdite di 700 milioni in Europa nel 2012, previsioni piatte di vendite per il 2013 sul Vecchio continente.

Agli analisti, Marchionne mostra i punti del suo nuovo piano per l’Europa, basato su due concetti: la complementarietà della produzioni Chrysler e Fiat tra Nordamerica e fabbriche europee e  l’idea che adesso farà soldi vendendo auto più redditizie come Maserati, Alfa Romeo e Jeep. Nelle slide sono indicati 3 nuovi modelli prodotti in Italia e destinati anche all’export per il 2013, di cui 1 Alfa e 2 Maserati; per il 2014 altri 5 modelli, 1 Fiat, 2 Alfa, 1 Jeep oggi non prodotta da nessuna parte, 1 Maserati e 1 veicolo commerciale Fiat. Per il 2015 altri 5 modelli, di cui 3 Alfa e 2 Maserati, per il 2016 altri 3 modelli, 2 Alfa e 1 Maserati. Sulla carta, sembra una moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma con qualche incongruenza anche per un miracolo: sviluppare un marchio premium, come Marchionne promette di voler fare con Alfa Romeo, si può fare solo con ingenti risorse di cui oggi non si vede traccia né nei bilanci, né nei nuovi target economici. Per essere chiari, Audi e Bmw, i termini di riferimento, non sono nati da una revisione degli obiettivi in seguito al crollo di un grande mercato, ma da pianificazioni e investimenti di ben altra portata. Nelle slide, si legge poi una triste verità: il marchio Fiat come l’abbiamo conosciuto arriva a fine storia. Non sarà più generalista con modelli in ogni segmento (cosa che per altro già non succede, per esempio nessuna familiare è in listino), ma viene ridimensionato sulla 500 e dintorni, Panda compresa. Lancia, infine, è destinata a scomparire, “ha scarso appeal”, dice Marchionne. Una presa di coscienza che l’attuale operazione di rimarchiare prodotti Chrysler come Lancia per l’Europa è un fallimento.

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