L’auto cinese avanza sui nostri mercati, una volta si sarebbe detto come un carro armato. Metafora indisponente in tempi di guerra, e pure obsoleta per una guerra che si combatte a distanza con l’intelligenza artificiale e non più col ferro. L’auto cinese avanza per meriti propri, ma a leggere o sentire dei commenti sembra che alcuni nostri costruttori e decisori politici europei non l’abbiano vista arrivare. Eppure.

Che la Cina avesse il quasi monopolio delle terre rare, indispensabili per auto elettriche come per elettronica di consumo o sistemi di difesa per essere brevi, lo sapevamo. Che nel piano industriale strategico Made in China, lanciato da Pechino nel 2015, lo sviluppo di veicoli elettrificati fosse uno dei 10 pilastri tecnologici con cui raggiungere la leadership mondiale nel 2025, lo sapevamo. Che la Cina fosse in grado di controllare circa l’80% della capacità globale di celle per batterie lavorando in scioltezza litio, cobalto e grafite, lo sapevamo. Che la crescita dell’export e una proiezione di potenza fossero i pilastri della Belt and Road Initiative, lanciata a suon di investimenti miliardari nel 2013 da Xi Jinping salito al potere l’anno precedente, lo sapevamo. Che la Cina puntasse a trasformarsi da cosiddetta “fabbrica del mondo” a Paese insostituibile nelle catene di forniture, lo sapevamo. E mi fermo qui, consapevole che questa sia solo una lista della spesa.

Ciò che, dietro l’auto cinese e molto altro, non avevo colpevolmente capito, l’ho letto quasi fulminato nel libro “Lo specchio americano” (Mondadori editore) di Simone Pieranni. Simone è un sinologo serio, posso dirlo avendo lavorato fin dagli anni ’80 in un’altra vita con altri tre sinologi (di cui una cara amica, scomparsa troppo presto), sebbene quest’area del mondo allora non rientrasse nei miei primi interessi. Simone ha vissuto otto anni in Cina e ci siamo frequentati professionalmente a distanza quando viveva a Pechino, salvo perderci quando lui è tornato in Italia e io ho cominciato ad andare in Cina per lavoro. Consiglio di leggere assolutamente il suo libro. Non si occupa di auto cinese. Ma meglio di analisti automotive, fa riflettere su dove, come, quando abbiamo sbagliato.

“Per lungo tempo in Occidente – scrive Simone Pieranni – ci siamo limitati a guardare l’ascesa di Pechino con una certa sufficienza, convinti di avere poco da imparare. Abbiamo cercato di incasellare la Cina in categorie che servivano più a definire noi che a comprendere loro: partner commerciale, competitor sleale, rivale sistemico, pericolo imminente. Lo abbiamo fatto proiettando noi stessi, i nostri desideri e le nostre paure su un luogo che restava, nella nostra testa, molto distante e complicato da capire”.

“Contemporaneamente, però, la Cina ci osservava. Ci studiava con una intensità e una capillarità che noi non abbiamo mai minimamente sfiorato. Non si è trattato di un processo confinato solo alle accademia o ai centri studi del Partito comunista: è stato un fenomeno che ha investito l’intera popolazione. I cinesi hanno imparato a conoscere il nostro capitalismo e le nostre abitudini di vita, consumando la nostra cultura. Hanno mangiato il nostro cibo, ascoltato la nostra musica, assorbito la cultura pop, cominciando a vestirsi, a sognare e a desiderare esattamente come noi. E, mentre lo facevano, constatavano e riflettevano sulle nostre fragilità, vivendo nelle nostre città, studiando nelle nostre università. Si è creata così una rilevante asimmetria nella conoscenza: mentre noi li guardavamo con distratta benevolenza, poco interessati a chi fossero e cosa pensassero, loro prendevano dettagliati appunti sulla nostra quotidianità”.

@fpatfpat

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