Il 4 aprile non faccio in tempo ad atterrare all’aeroporto di San Francisco che la prima notizia local (or glocal) è: Elon Musk ha acquistato oltre 73 milioni di azioni di Twitter, per un valore di 2,89 miliardi di dollari, pari al 9,2% del capitale. Ce l’ha fatta, penso.

Ding sul cellulare, la seconda notizia mi arriva dall’Italia: ehi, ci scrivi su un post dato che sei lì? Guardate – rispondo come se Elon mi ricevesse suonando al citofono –  che Musk non sta più a Palo Alto, a una cinquantina di chilometri da qui, ma ha appena traslocato il quartier generale di Tesla ad Austin in Texas. Eppoi ho altro da fare. Ding, terza notizia che sa di persecutio: una Reuters m’informa che nello stesso giorno i responsabili della tecnologia e dello sviluppo di Truth, il social network voluto da Donald Trump, si sono dimessi. A poco più di un mese dal lancio, è tutto per aria. Ci trovo un segno in questa coincidenza, ma ho altro da fare.

Passa una settimana ma sul rapporto perverso fra Musk e Twitter ci cado dentro con tutte le scarpe, dopo averlo visto in foto con cappello da cowboy nella nuova fabbrica ad Austin. Non posso farne a meno. Perché questa volta è entrato pesante nella comunicazione. Perché si è comprato la sua ossessione, dove è seguito da circa 81 milioni di persone. Più o meno come se tutti i cittadini tedeschi neonati compresi fossero follower. Perché su Twitter sfida la Sec, l’autorità di controllo della Borsa statunitense, e strizza l’occhio ai no-vax. Perché sullo stesso Twitter ha appena fatto un sondaggio, del tipo: “C’è bisogno di un’altra piattaforma?”. No, si è risposto, ma meglio che me la compro.

“Free speech”, “free speech” rivendica nei suoi tweet, salvo essere uno cui la libera discussione sembra non interessare. A Tesla, ha raccontato Tim Higgins del Wall Street Journal, ha fatto fuori chi era in disaccordo con lui. In azienda non tollera sindacati. Nel 2018, sulla base di quel che considerava una copertura giornalistica “negativa” delle sue attività, aveva annunciato la creazione di un proprio sito web con cui chiunque avrebbe potuto dare i voti alla credibilità di giornalisti e media. Gogna pubblica. Non l’ha più fatto, ma è chiaro che “free speech” vale solo per lui.

Adesso con Twitter, dove è entrato nel 2010 diventando di fatto l’azionista di pietra mentre l’altro suo grande utilizzatore Trump è stato buttato fuori, potrà provare a creare direttamente contenuti per gli altri. Lo aveva fatto a inizio carriera nel 1996 con Zip2, ricorda The Atlantic, start up che forniva ai giornali un elenco di informazioni per pubblicità mirate. Anche il New York Times si abbonò. Tre anni dopo Musk vendette Zip2 diventando milionario.

Oggi il boss di Tesla è l’uomo più ricco del mondo. E ha preso il controllo del social con cui orientare ancora di più la sua comunicazione al mondo. Il modello? Quello delle sue convention, invitati solo fan adoranti. Della piattaforma social ha una quota quattro volte più grande di quella che aveva Jack Dorsey, il ceo di Twitter dimessosi nel novembre del 2020. Facile così comandare. Anche senza sedere in cda.

La scalata mi suona anche come un altro gesto di sfida a Jeff Bezos, il magnate di Amazon e proprietario del Washington Post. 

I due si detestano, corrono entrambi per la Luna (la Nasa ha scelto Musk) e per chi la sa più lunga su come arrivare primi su Marte. Bezos ha il core business non nell’editoria come è noto, ma ha saputo rilanciare il Washington Post, ha assunto giornalisti, ne ha accresciuto influenza e reputazione rispettando l’autonomia di chi ci lavora. Anche John Elkann, per dire, ha il core business altrove ma al gruppo Gedi non stanno per ora accadendo le stesse cose del Post. La terza via sull’informazione è quella digitale di Musk, e vedremo come la gestirà. My free speech, only.

@fpatfpat

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