Lo scorso 7 giugno il presidente del Brasile, Luis Inacio Lula da Silva, ex sindacalista e icona mondiale della sinistra, è stato accolto come una star (video) nella fabbrica Stellantis di Pernambuco, in Goiana, l’area più depressa del gigantesco paese sudamericano. Ola, abbracci, commozione. Per Lula un tifo da stadio da parte dei 13.000 lavoratori del polo produttivo brasiliano, contadini a reddito da fame fino al 2015, anno di avvio della fabbrica d’auto pagata all’85% dal governo di Brasilia all’allora ad di Fca Sergio Marchionne.

Il tifoso più esaltato, quello che a un certo punto (qui minuto 07.00)  ha incitato i presenti a intonare il coro “Lula, Lula, Lula” e che nella foto vedete sfoggiare una candida tuta operaia, sorriso a 32 denti e pugno alzato da “lotta dura senza paura”, è un italiano: Antonio Filosa, l’ingegnere di origini napoletane che da anni guida Fiat Brasil e ora Stellantis South America.

E che guida! Stellantis controlla il 31,2% del mercato brasiliano (dati gennaio-maggio 2023), il doppio del secondo classificato, la Volkswagen (16,5%). Al marchio Fiat (al marchio italiano, non a Stellantis) poi vanno il 41,5% degli acquisti di veicoli commerciali, cioè di mezzi da lavoro dai margini più alti. Anche in Argentina Stellantis è nettamente prima con 52.500 pezzi immatricolati in cinque mesi contro i 40.000 del secondo produttore, la Toyota. Risultato: pur con il real brasiliano debole e il peso argentino liquefatto dall’inflazione, Filosa nel 2022 ha portato a casa, ovvero ad Amsterdam perché Stellantis è di diritto olandese, utili per ben 2 miliardi di euro sui 18 totali. Un’enormità. Con il 10% circa di questo bel gruzzolo finito nelle tasche dei dipendenti brasiliani e argentini come premio.

L’episodio mi ha fatto tornare alla mente lo strano destino di Fiat: adottata e vezzeggiata in Brasile quanto disprezzata o quantomeno vista con sospetto in Italia.

Colpa dei troppi aiuti pubblici, si dice. Non sono convinto, e spiego perché.

Lula ha appena quadruplicato (ripeto: moltiplicato per quattro) gli incentivi statali agli acquisti di auto nuove che ora arrivano a 8 mila real (1.500 euro). Tantissimo per i redditi del Brasile. E lo ha fatto perché sostiene l’importanza strategica della industria automobilistica per l’economia brasiliana e per la crescita professionale dei lavoratori carioca. L’industria dell’auto giallo-verde è infatti protetta da dazi enormi. Tuttavia, la pioggia di soldi pubblici dello stato brasiliano non arriva a caso ma segue l’improvviso abbandono di quel mercato da parte di Ford. Una fuga dolorosa e rapida, con tre fabbriche chiuse nel giro di un trimestre dopo 20 anni di perdite milionarie sostenute dal colosso yankee. Una spia rossa per un ex-sindacalista in politica. Inutile girarci intorno: la sinistra di Lula difende l’industria dell’auto anche per ampliare la sua constituency elettorale, quella quota di operai che almeno in Goiana non ha divorziato dalla sinistra.

Inebriati dal circolo virtuoso degli aiuti pubblici, in Brasile sono tutti felici: governo (di sinistra), Stellantis, lavoratori.

In Italia, no. Da noi il 12 giugno la trasmissione Report, su Rai3, ha dedicato una mezz’ora alla parabola di Fiat. Titolo: Da Stellantis alle stalle. Una smisurata quantità di fango gettata nel ventilatore montando dichiarazioni di sindacalisti che si dicono di sinistra, di professori col cuore che batte a sinistra, di domande a risposta indotta formulate da giornalisti col ditino alzato tipico di una certa sinistra. Tutto semplice, tutto chiaro, tutto sceneggiato come in un fumetto: Stellantis si inguatta i soldi pubblici dirottandoli sugli utili di azionisti ingordi. Il tutto cementato con un tratto di provincialismo (“I francesi ci stanno rubando tutto”) che neanche il più reazionario dei patrioti meloniani si è mai sognato di rivendicare.

Non entro nel merito. Ma qualche domanda me la pongo. Mi chiedo come mai Tesla abbia aperto fabbriche in Germania (con valanghe di soldi pubblici) e stia trattando gli aiuti pubblici per produrre in Spagna ma non pensi proprio all’Italia (sebbene giovedì 15 giugno Elon Musk sia apparso a sorpresa per la prima volta a palazzo Chigi).

Che giochi un ruolo il nostro pregiudizio radicato verso le ragioni dell’industria? Che le nostre polemiche interne disoneste intellettualmente e strumentali, le nostre lungaggini burocratiche, il bizantinismo delle regole sindacali italiche. l’inadeguatezza dei tribunali, i nostri “non si può fare”  scoraggino gli investitori industriali stranieri?

Certo che Stellantis, pur tagliando tagliando, dai porti italiani continua a esportare verso gli Usa, come fa solo l’industria dell’auto tedesca in Europa. Ha poi deciso di aprire nel 2028 una Gigafactory in Italia da 2 miliardi con quasi 400 milioni di aiuti pubblici (che saranno pagati dal 2026) pur producendo molte più auto in una Spagna che era pronta a ricoprirla d’oro. Stellantis infine in Italia mantiene una forza lavoro di 40/45.000 persone alle quali è stato appena riconosciuto un aumento di 200 euro nel contratto aziendale. Cifra superiore, ma i paragoni sono sempre rocamboleschi, ai 120 euro d’incremento del contratto metalmeccanico di categoria.

Così come è altrettanto vero che in Italia si producono poche auto (6-700 mila considerando anche i furgoni). Ma Stellantis è il problema o una (una, non la) soluzione? Sarò un ottuso turbo-liberista ma non capisco come si possano incrementare i numeri (e soprattutto il valore, leggi Alfa Romeo, Lancia e Maserati) della produzione senza un confronto con l’industria. Specialmente in una fase in cui persino la mitica Germania è passata dai quasi 6 milioni di veicoli assemblati in patria a meno di 4 milioni. Temi complessi. Da studiare, come faceva la sinistra dei Bruno Trentin, senza scadere nei luoghi comuni e nel livore che sono la tomba della cultura progressista e concime per quella reazionaria. O no?

Che senso ha continuare a fabbricare favolette e fotoromanzi con lo stesso finale sempre uguale a se stesso da decenni? Fiat fa finanza e chiude. Fca fa finanza e chiude. Stellantis fa finanza e chiude. Che noia infinita! Intanto apro la finestra per cambiare l’aria irrespirabile sprigionata dalla mia tivvu’. E poi vedo i vicini uscire sul balcone e guardare storto un matto che strilla nel vuoto: Lula, Lula, Lula!

@diodatopirone

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