Marchionne, mai come in questi giorni, se la ride sotto i baffi. Nella storia borsistica dell’auto se ne sono viste di tutti i colori, ma raramente è accaduto che una colossale valanga di commenti e titoli negativi (da Autonews che ha parlato di “un’azienda con un Dna da comprata e venduta” fino al nostro “rally spericolato”) abbiano accompagnato un aumento del 20% del valore del titolo come è accaduto a Fca nelle ultime tre settimane.

C’è poco da sorprendersi: entrambe le linee di tendenza su Fca, sia le critiche negative che l’aumento di valore, hanno motivazioni profonde e non tattiche.

In questi anni Sergio Marchionne non è mai stato non dico capito ma neanche apprezzato dagli analisti e dagli osservatori specializzati. Troppo diverso dagli ingegneri “car guy” che hanno tirato su macchine da guerra delle dimensioni di Toyota, Volkswagen o Daimler. Lui, laureato in filosofia, ma soprattutto grande giocoliere finanziario che ci azzecca con l’auto? E, poi, non era stato ingaggiato per chiudere un pasticcio industriale radicato nel pasticcio politico italiano com’era la Fiat dell’Avvocato e di Enrico Cuccia? “Suvvia, l’auto è tedesca o giapponese o al massimo può registrare varianti più o meno visionarie guidate dalla Tesla californiana o, in modalità cinese, da manager capital-comunisti protetti dal partito”, è il ritornello che tutti ci siamo abituati a sentire.

E invece no. Comunque lo si voglia giudicare, Sergio Marchionne ha rifondato l’idea stessa di industria italiana a partire dal capovolgimento del destino di una fabbrica simbolo come Pomigliano per poi ricollocare l’auto made in Italy  nella fascia di pregio con Maserati e Alfa Romeo, ha liberato il gioiello Ferrari (ma dopo essersi assicurato coperture robustissime) dalla cassaforte nella quale era rinchiusa come pegno dei debiti Fiat, ha rotto con il capitalismo di relazione all’italiana uscendo da Confindustria  e – anzi, soprattutto – ha rimesso al mondo, nel mondo globale, Jeep, il marchio identitario yankee incredibilmente bistrattato dai tedeschi di Daimler. Infine dall’anno prossimo – quando finirà il  secondo ciclo ristrutturazione delle fabbriche americane – sarà in grado di esportare suv Usa in tutto il mondo, forse persino più di Ford e Gm.

Marchionne, un game changer. Anche nello stile. Come l’uniforme da regista cinematografico, come quella mania di annunciare in chiaro e senza sotterfugi, fino al pubblico ludibrio, un numero incredibile di piani prontamente disattesi in nome della flessibilità e della separazione della tattica dalla strategia “in un mondo che cambia ogni sei mesi ma che è piatto”. Come il doloroso ma (finalmente) netto sacrificio di Lancia, Chrysler e Dodge allo strapotere di Jeep, Ram  e Alfa. Come l’offerta pubblica, pagata carissima, alla Grande Intesa con Gm o altri per “uscire dalla nostra mediocrità” (letterale).

Insomma, non c’è un solo capitolo del manuale del manager automobilistico che Sergio Marchionne non abbia stravolto. Logico che non venga creduto o che venga osteggiato o che gli venga attribuita assenza di strategia o, con un salto logico, la sola strategia di uscire dall’auto.

Ma allora perché Fca era a 5 euro un anno fa, a 10 un mese fa e oggi viaggia sui 12? Per me la ragione non sta nel battage più o meno orchestrato di questo agosto. Il motivo di fondo sta nel fatto che l’azienda, sia pure fra innumerevoli zig-zag e debolezze evidenti, è stata rimessa in piedi.

Nel mio precedente post sui conti Fca del secondo trimestre 2017 ho sottolineato che la lunga fase nella quale l’azienda ha bruciato soldi sembra finita. D’ora in avanti, mano a mano che arriveranno sul mercato i prodotti ora nella canna del fucile (Jeep Wrangler e Cherokee; nuovo Ram; nuove Alfa, Maserati ibride o elettriche) la leva finanziaria girerà di 180 gradi: meno spese e più incassi. Inoltre Marchionne ha annunciato una ulteriore semplificazione dell’azienda che sembra preludere ad accordi o scorpori di Magneti Marelli e/o Teksid (l’ipotesi Maserati stand alone è ridicola). Insomma, non bisogna essere dei geni della finanza per capire che nel calderone Fca c’è roba che bolle.

C’è un elemento che ne è ulteriore prova e che stranamente è stato poco notato dagli analisti. A fine luglio Marchionne ha annunciato che nel primo semestre 2018 presenterà un nuovo piano quinquennale per l’azienda. E’ un messaggio a suo modo diabolico: avete mai visto un manager che lancia un piano quinquennale per un’azienda che si appresta a lasciare? Ma qui, forse, siamo oltre il “game-changer”.

Commenti
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    Ricevo per questo post un commento da Lepoquitousse, copio e incollo:
    “Apprezzo il ‘collega’ Diodato, che è ammirevole nella sua apologia di Marchionne. Il mio pezzo tuttavia non contiene alcuna critica negativa. Raramente entro in merito alle questioni, soprattutto se si tratta di ‘rumors’. Più semplicemente, mi limito ai fatti, e su questa base faccio previsioni, come qualsiasi analista. Come quelle che Fca difficilmente genererà un Ebitda di 30 miliardi nel biennio 2017-18, e che non arriverà mai ad avere un quinto del mercato globale dei suv.”

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    Replica a LPQT di Diodato Pirone (io continuo a fare solo l’e-postino=:
    “Riccardo Ruggeri, in un suo libro su Fiat (credo fosse “Parola di Marchionne”) si domandava se Marchionne appartenesse alla categoria dei manager-pittori (che aggiungono) o a quella dei manager-scultori (che creano per “esclusione”). Evidentemente io e Lpqt sfogliamo Marchionne su due cataloghi diversi. Questo non vuol dire che nel mio catalogo non siano registrati errori e omissioni del nostro. Vuoi che mi sia dimenticato dei 7 milioni di vetture previste per il 2018? E anch’io, come te, non vedo i 30 miliardi di Ebitda biennale. Ma da anni noto che il pittore in questione mostra un rapporto “dialettico” coi numeri tendendo ad usarli per indicare una direzione, non un traguardo. Metodo non ortodosso, certo, che però ha consentito di scrivere una storia di resilienza aziendale estremamente interessante nonché inattesa dalla stragrande maggioranza degli osservatori.

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