La transizione alla mobilità elettrica, necessità osteggiata pure in tempi di crisi climatica sempre più grave, potrebbe avere una accelerazione in occidente quale effetto della guerra in Iran. Qualcosa di simile, nella sua diversità, a quanto accaduto dieci anni fa con il Dieselgate. Uno scenario che non cancella quello di un nuovo inverno dei consumi, con un Medio Oriente in fiamme, a specchio della guerra russa in Ucraina, che impoverisca le nostre società, aumentando a dismisura le diseguaglianze.
Nel 2015, lo scandalo tedesco dei controlli truccati delle emissioni costrinse Volkswagen – e per proprietà competitiva i suoi rivali – a cambiare marcia sull’elettrico. Una crisi epocale, di fiducia e di tecnologia, che spinse l’industria dell’auto e i decisori politici ad ascoltare con più attenzione la scienza, e non il negazionismo, e a sposare un’idea di società con la decarbonizzazione come orizzonte visibile. Un cambio di paradigma, cui non sono mancati errori di gestione e di valutazione. Ma un cambio vero.
Oggi, la transizione all’elettrico riparte dalla crisi degli approvvigionamenti di petrolio causati dalla guerra all’Iran di Stati Uniti e Israele. La pistola fumante è lo stretto di Hormuz, come nel 2015 fu un software taroccato. Rispetto ad allora, la penuria di carburante incontra adesso una tecnologia dell’elettrificazione molto più avanzata in fatto di batterie, velocità di ricarica, costi ed efficienza, per non dire del balzo dell’intelligenza artificiale dietro a tutti i processi. Dieci anni non sono passati invano.
La transizione alla mobilità elettrica, se la si vuole accelerare, necessita di più investimenti nella produzione di energie rinnovabili, per ridurre la dipendenza da un petrolio sempre meno a portata di mano. Necessita di più ricerca, di più attitudine all’innovazione, di più convinzione nel cambiamento. In una parola, di più politica. E probabilmente necessita anche di un decoupling dell’Europa da quell’America trumpiana che vorrebbe tornare al Medioevo, ambientalmente parlando.
Nel 1973, la guerra del Kippur in Medio Oriente provocò la prima grande crisi energetica mondiale, seguita da politiche di austerità e da una produzione automobilistica più attenta ai consumi. Era troppo presto, dal punto di vista tecnologico e forse delle pressioni ambientaliste (il primo Earth Day risale all’aprile del 1970), per pensare all’auto elettrica. Ma lo squasso non cambiò gli equilibri geopolitici mondiali nati nel dopoguerra.
La nuova transizione che ci attende rischia invece di spostare ulteriormente il baricentro dell’innovazione a oriente, dove, in particolare, l’industria dell’auto cinese tiene la barra dritta sullo sviluppo della mobilità elettrica da almeno 15 anni. Pur in un Paese che non rinuncia ad aprire miniere di carbone e non mette una data alla fine della mobilità con motori endotermici.
Nel 1973, si andò in bicicletta nelle domeniche senz’auto. Nel 2015, si andò a comprare meno Volkswagen e meno macchine a gasolio. Nel 2026, si andrà a dare una nuova priorità all’auto elettrica nelle scelte di acquisto, sempre che non prevalga il lato oscuro della Terra?