La Xiaomi SU7 è una berlina premium elettrica di 5 metri di lunghezza, perfettamente in linea con le richieste del mercato cinese da parte dei clienti giovani e affluenti. Sullo stand del recente Salone di Pechino (foto qui sopra) c’era la seconda generazione, lanciata a marzo in Cina. Un’auto da record che illumina meglio di tante parole la velocità stratosferica – e i rischi connessi – con cui si muove l’industria automotive cinese. O almeno, la sua parte più evoluta e destinata a sopravvivere in una foresta di oltre cento marchi, molti dei quali spinti all’estinzione, secondo anche i “suggerimenti” del governo.
Xiaomi da noi è ancora soltanto un marchio noto di telefoni. In casa produce però di tutto, comprese auto elettriche alto di gamma (niente ibride) dalla fine del 2023. E proprio grazie all’esperienza negli smartphone, ha messo a punto un ecosistema basato sull’intelligenza artificiale per sviluppare in proprio software e guida autonoma. Xiaomi ha appena aperto un centro ricerche a Monaco di Baviera, assumendo tecnici da Bmw e Porsche e preparandosi ad entrare sul mercato europeo l’anno prossimo.
Con che cosa? La SU7 – un’auto con potenze fino a 690 cavalli e una autonomia fino a 900 chilometri nel ciclo di omologazione locale – si può considerare il simbolo di questa start up di successo. Secondo il fondatore Lei Jun, arrivato al Salone protetto da guardie del corpo come una pop star, il marchio ha venduto 381.000 SU7 di prima generazione, di cui 258.164 lo scorso anno (poco meno di tutte le Porsche vendute nel mondo), diventando l’unica berlina con un prezzo superiore a 200.000 yuan, cioè circa 25mila euro (il costo di una piccola cinque porte da noi) a superare nelle vendite la Tesla Model 3. La nuova SU7 costa ancora meno della precedente, nonostante i miglioramenti in ognuna delle tre versioni in cui è prevista in Cina, Standard, Pro e Max. Un’aggressiva politica dei prezzi da applicare prossimamente in Europa.
Questa è la Xiaomi che ora vuole sfidare i marchi blasonati a casa loro, cioè nostra. In programma un raddoppio degli investimenti in ricerca e sviluppo da 105 a 200 miliardi di yuan entro il 2030, stando alle parole di Lei Jun riportate dal China Securities Journal. L’idea è di accelerare sulla convergenza tra intelligenza artificiale, robotica, settore automobilistico e produzione “intelligente”, per un ecosistema proprietario che chiama “Human x Car x Home”, in cui il cliente viene fatto entrare sperando di non farlo più uscire, dall’auto all’energia alla domotica. In aumento, in particolare, gli investimenti in settori quali la guida intelligente, chip per auto, batterie e sistemi di controllo, e l’utilizzo crescente di robot umanoidi in fabbrica, già impiegati in compiti come l’installazione di dadi o lo spostamento di scatole di componenti.
Non tutto fila liscio per Xiaomi, volando a questa velocità. L’anno scorso la corsa del marchio automobilistico è stata frenata da due incidenti con morti e feriti, imputati al suo sistema di guida semiautonoma. Due casi gravi, al punto che il governo cinese ha strigliato pubblicamente l’intera industria dell’auto (ronzate le orecchie anche a Elon Musk e al supposto Full Self Driving della sua Tesla), ammonendo Xiaomi e gli altri a lavorare con più cautela sull’automazione e soprattutto a non venderla con leggerezza al pubblico nelle promozioni. Ne va dell’immagine della Cina e del Partito, monito mai da sottovalutare.
Alla vigilia del Salone di Pechino, Xiaomi ha poi nominato un veterano del settore, Hu Zhenghnan, a direttore tecnico per la divisione automotive. Una funzione formalmente inserita in organigramma per la prima volta. Segno di come il costruttore si attrezzi a spingere ancora di più nel tech, oltre che a mettere a posto qualche evidente problema di software. L’Europa lo attende.