Che mangino brioche in Renault non è escluso, che Renault sia diventata un brioche di lusso da addentare è sicuro. In sei mesi, cioè dall’uscita improvvisa di Luca de Meo (verso Kering) alla successione di François Provost, in Renault stanno succedendo tante di quelle cose che il titolo di questo post si è autogenerato, colpa della solita intelligenza artificiale. Così metto in forno un vassoio di brioche, condite da un nuovo esprit parisien che mi sembra aleggi al vertice del gruppo.

De Meo lascia una Renault resuscitata in cinque anni, grazie al suo piano chiamato Renaulution (crasi facile, quanto efficace). E’ vero che ha dovuto fare marcia indietro sulla quotazione in Borsa di Ampere, la divisione elettrica scorporata, e che il giorno dopo la sua uscita c’è stato un profit warning, fatto da quasi tutti gli altri l’anno precedente. Però ha ridato vita al costruttore francese e i risultati commerciali 2025 resi noti l’altro giorno dicono che le vendite sono aumentate ovunque e a livello di gruppo. Più qualche chicca, come la sua Renault 5 elettrica, best seller elettrica nonostante sia elettrica (e Car of the Year consecutiva dopo Scenic),  o Dacia che vince la Dakar, e certo non solo per come ha corso l’ultimo miglio. C’è di peggio.

Provost, il successore al volante, è considerato da tutti il migliore dei successori possibili. Da de Meo incluso, con cui ha lavorato fianco a fianco sui temi più caldi, a partire dall’accordo con Geely, il colosso cinese che (l’ho scritto subito) potrebbe essere la chiave di volta per il futuro del piccolo gruppo francese. Per il resto, che non è mai poco, Provost sta a de Meo come due perfetti sconosciuti, visti almeno dal demi-monde mediatico.

Provost che fa? Come de Meo, non riesce a sganciarsi da Nissan e fa una specie di geniale cambio merce con i giapponesi: si fa dare la loro filiale in India, liberandoli da ogni impegno in Ampere. Ad affare fatto, Provost ne chiude un altro aperto da de Meo: Mobilize. Il quarto marchio inventato dall’italiano come divisione per la mobilità (dove per altro spedisce subito Clotilde Delbos, che avrebbe voluto essere al suo posto da ceo, via dopo un anno), cessa la produzione dei quadricicli elettrici Duo. Business non conveniente, croce sopra, fuori (pare in malo modo) il suo direttore, Gianluca De Ficchy, non l’unico italiano di peso a saltare nel dopo de Meo. Chissà se sono solo coincidenze da passaporto.

Provost chiude adesso anche Ampere, la creatura elettrica di de Meo rimasta a piedi. La Renaulution è finita? Alzo le mani sul  futuro di Alpine, marchio rilanciato da de Meo per diventare solo elettrico nelle auto di serie e nom de plume per il rientro di Renault in Formula 1, due business con numeri non da slurp. Siamo alla Restauration?

Se invece sia stata o sarà Révolution, Provost e de Meo non sono Danton e Robespierre, anche se in questa storia moderna di Renault le suggestioni non mancano. Per esempio sospetto, come in ogni rivoluzione che si rispetti, che dietro il cambio marcia di Provost ci sia anche una questione di élite parigina. Provost viene dall’École Polytecnique, il presidente del gruppo Renault Jean-Dominique Senard dall’École des hautes études commerciales (Hec). Guidano parlando la stessa lingua, quella delle Grandes Ecoles parigine, un esprit di studi e formazioni diverse e complementari. Niente a che vedere con les italiens, e a Parigi questi non sono mai dettagli.

Che succede domani in Renault? Mi faccio una passeggiata al Père Lachaise, il cimitero parigino più famoso del mondo, e quando m’imbatto in Jim Morrison mi ricordo di un suo messaggio: “La rivoluzione deve essere permanente”.

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