Nei 130 minuti della presentazione del piano industriale di Stellantis da parte del ceo Antonio Filosa e compagni, ammetto di aver sobbalzato un paio di volte. Una per Alfa Romeo, una per Citroën. Per motivi opposti. Per affari di cuore. Per vite che non sono la mia, direbbe Emmanuel Carrère (tanto per alzare il livello).

Alfa Romeo. Il sobbalzo mi viene quando vedo che ad Auburn Hills il marchio è definito “regionale”. Fra i 14 brand del gruppo Stellantis, nessuno è da abbandonare per Filosa, anche se Lancia, Abarth e DS diventano misteriosamente degli “specializzati”, spediti a servizio rispettivamente di Fiat e Citroën. Nel poker dei “global brands”, Alfa Romeo non c’è. Il marchio è declassato a “regionale”, per coincidenza giusto cent’anni dopo in cui aveva raggiunto una fama internazionale. Crudele, la storia.

Erano gli anni ’30, pare che Henry Ford alzasse il cappello ogni volta che passava un’Alfa Romeo. A seguire, una vita di alti e bassi come accade soltanto alle cose vere. Gloria e guai a non finire, miti come la Giulietta del 1955 di Giuseppe Luraghi (hombre vertical) o il Duetto de “Il laureato” Dustin Hoffman, film che mi fa sognare ancora l’America come il successivo “Fragole e sangue”. Ma anche un‘Alfa Romeo cadeau a Gianni Agnelli nel 1986, la fuga da New York e dal resto degli States nel 1995 perché il marchio non batteva un chiodo, un articolo quasi emozionato agli inizi del millennio del New York Times sul ritorno in America di Alfa Romeo, annunciato da Sergio Marchionne.

Alfa Romeo declassata a “regionale” significa mercato europeo o poco oltre. Una specie di moglie e buoi dei paesi tuoi, o no? Quale che sia, dell’ammiraglia da segmento E, semmai buona per l’America o per la Cina, non se ne parla più. Vuol dire che l’alfista – genere maschile di un popolo vero o presunto che ha alimentato la leggenda del marchio – non se la passa tanto bene. O forse che non esiste più, salvo qualche over 60 e suo figlio verso gli anta, traviato da bambino,

Fortuna che non sono mai stato alfista. Ma che strano destino diventare “regionale” per un marchio che tutti volevano, dai tedeschi di Volkswagen agli americani di Ford fino a qualche cinese recente come Byd, e nessuno lo ha preso. La favola della volpe e l’uva di Esopo è una barzelletta, al confronto.

Citroën. Il secondo sobbalzo mi viene quando vedo apparire ad Auburn Hills la silohuette di un’antica 2 CV. Non ci credo: dopo 36 anni, Citroën annuncia (per il 2028) il ritorno di un modello che ha tentato di rifare più volte, senza riuscirci. Nel senso, il modello di business non stava in piedi. E ora? Nel comunicato la poesia diventa prosa: la nuova 2CV non sarà proprio una Deuche, come la chiamavano i francesi. Riprende solo “lo stesso spirito e non attraverso la nostalgia, ma reinventando semplicità e accessibilità per il mondo di oggi”. Poi il tocco alla Olivier François, il direttore marketing highlander di Stellantis: sarà “Elettrica. Essenziale. Popular. Umana” (notare che “Popular” è in inglese e non in francese, vabbè ormai lui fa l’americano).

Citroën 2 CV “Popular” e “Umana”, anche se non più per les paysans, è tuttavia un segno di speranza. Come ha fatto Renault con la 5, la 2 CV è una risposta da vecchi europei agli arrembanti cinesi in fatto di identità e design. Un modo per competere con loro, non tanto sul basso prezzo promesso, ma perché l’immaginario di certi modelli mitici o ce l’hai, o non ce l’hai. E’ l’unica cosa che manca ai cinesi, non funzionando ancora la retroattività. Se poi Citroën si rivolgesse a loro per uno straccio di software, non lo vorrò neanche sapere.

@fpatfpat

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