In occasione della Annual Media e Investor Conference, il Ceo di Volkswagen Group Matthias Müller ed il Cfo Frank Witter hanno ribadito le linee strategiche e presentato i risultati finanziari del 2016.

Müller ha detto che nonostante lo scandalo del diesel “2016 did not turn out to be the nightmare that many predicted”, e che “Volkswagen is back on track“.

In effetti, con un fatturato di oltre 217 miliardi di euro, vendite superiori alle 10 milioni di unità ed un utile operativo prima degli “special items” che sfiora i 15 miliardi (margine 6.7%), la potente macchina di Wolfsburg a prima vista sembra essere in grado di generare le risorse necessarie per superare la crisi.

 A livello della divisione automotive, il fatturato è di 186 miliardi, con un EBITDA a 19 miliardi ed un flusso di cassa netto pari a 4.3 miliardi (che tuttavia include la vendita per 2.2 miliardi di Lease Plan). A livello di gruppo, tuttavia, a causa del “cash out flow” derivante dalla questione del diesel che ha pesato sui conti per 6.4 miliardi, sono stati bruciati 7.4 miliardi di cassa. Al netto degli “special items”, l’utile operativo è più che dimezzato a 7.1 miliardi con un margine del 3.3%.

Luci ed ombre sulla performance dei vari marchi e delle varie regioni.

Ormai Europa e Asia-Pacific (l’utile operativo delle joint venture cinesi, che non è compreso nel bilancio di gruppo, è stato pari a 4.9 miliardi) pesano per l’87% delle consegne globali di autovetture, mentre permane la debolezza del brand Volkswagen, e non potrebbe essere diversamente, dal momento che è sul marchio che si sono intenzionalmente concentrate le conseguenze dell’installazione del defeat device.

Nonostante il marchio Volkswagen rappresenti circa la metà del fatturato, l’utile operativo è sceso a 1.8 miliardi, con un margine inferiore al 2%. Herbert Diess, capo del brand Passenger Cars, ha raggiunto lo scorso novembre un accordo con i sindacati per un taglio di 14mila posti di lavoro e fissato un obiettivo di risparmiare 3 miliardi l’anno entro il 2020 al fine di portare il margine al 4%, ma gli analisti sono preoccupati che ciò possa causare un rallentamento dell’offensiva di prodotto, che è alla base di un vero rilancio del marchio.

Solo nel 2017, Volkswagen prevede di introdurre 10 nuovi modelli, tra cui la nuova Polo, la Arteon fastback, la crossover compatta T-Roc, il Suv Atlas negli Stati Uniti, l’ammiraglia Phideon in Cina (dove l’anno è cominciato maluccio) e la berlina Virtus in Brasile.

La sorpresa, più che dal marchio Volkswagen, è venuta dai conti Audi, le cui vendite nel 2016 sono state in linea con il 2015, ed il cui utile operativo (4.8 miliardi di euro su un fatturato di 59.3) è calato di oltre mezzo punto all’8.2%, inferiore a quello di Skoda, aumentato di un punto e mezzo all’8.7%, trainato dal successo della nuova Superb.

Per la prima volta al marchio Skoda è stato affidato un ruolo guida in un mercato emergente: la partnership con Tata in India è una conferma della fiducia che Müller ripone nel Ceo di Skoda Bernard Maier, e della necessità di sollevare il marchio Volkswagen da altri impegni.

Tra gli altri marchi, è opportuno citare il primo utile operativo di Seat (153 milioni), guidata dall’italiano Luca De Meo, grazie ad un buon impatto del Suv Ateca, e naturalmente Porsche, che nonostante lo spostamento della mix verso Macan (nel 2016 ha rappresentato il 40% delle vendite), ha aumentato il margine al 17.4%, pari a 3.9 miliardi.

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