A memoria, mai letto una comunicazione di crisi come quella fatta martedì da Volkswagen. Dove si preannunciano cambiamenti al vertice, indicando con nome e cognome anche il ceo Matthias Mueller, senza farli immediatamente. Di fatto sparando su  Mueller, oggi più che un’anatra zoppa.

Al vertice del gruppo Volkswagen salirebbe Herbert Diess, tedesco di Monaco di Baviera, 60 anni il prossimo 24 ottobre, arrivato alla corte di Wolfsburg l’1 luglio del 2015 come capo del marchio omonimo. Troppo tardi per avere qualche responsabilità nel dieselgate, venuto alla luce nel settembre successivo, troppo presto per prendere il posto del presidente Martin Winterkorn cacciato nello stesso mese quale primo effetto appunto del dieselgate.

Diess sostituirebbe Matthias Mueller, promosso da capo della Porsche alla poltrona di Winterkorn il 25 settembre del 2015. Troppo tardi per escludere che Mueller non avesse mai saputo nulla dei controlli truccati sulle emissioni di alcuni motori diesel dopo una carriera all’interno del gruppo Volkswagen iniziata negli anni ’80, troppo presto perché all’interno qualcuno non si legasse al dito la sua improvvisa ascesa.

Tra i due eventi, e in attesa che qualche “gola profonda” racconti più di quanto appare – un avvicendamento manageriale un po’ a sorpresa ma non troppo dopo una strana comunicazione di crisi – si possono notare almeno tre cose.

La prima: Rupert Stadler, cinquantacinquenne ceo di Audi, non ce l’ha fatta nel 2015 e dovrebbe non farcela adesso a diventare numero uno, benché dato spesso in pole position. Ma è anche così che si uccidono i cavalli.

La seconda è che, nei due anni e mezzo in cima all’impero di Wolfsburg. Mueller non se l’è cavata male. Ha tenuto la barra dritta, si è scusato pubblicamente e ripetutamente con gli americani (Barack Obama compreso) pagando per lo scandalo miliardi di dollari, ma solo in America e non in Europa. Ha poi saputo controsterzare avviando il gruppo sulla strada dell’elettrificazione, sempre a suon di miliardi veri. Peccato sia scivolato su una buccia di banana al recente salone di Ginevra parlando di “rinascimento del diesel”, ma non per questo sarebbe stato sacrificato.

La terza è che Diess è bavarese di Monaco con un lungo passato da dirigente in Bmw. Mi ricorda Bernd Pischetsrieder. Altro bavarese di Monaco, dieci anni esatti più di Diess, presidente di Bmw tra il 1993 e il 1999, anni in cui trova anche il modo di comprare la Rover e buttare un sacco di soldi. Nel 2000, Ferdinand Piech, padre padrone a Wolfsburg, lo chiama alla sua corte facendolo passare dalla periferica Seat.

Poi nel 2002, Pischetsrieder diventa numero uno del gruppo Volkswagen. Fino al 7 novembre 2006, quando Piech improvvisamente lo scarica: non è la prima volta che il padre divora i suoi figli come Crono. Al suo posto Piech vuole e ottiene Winterkorn, il resto lo sapete. Certo che oggi, se fosse nominato Diess come da troppe indicazioni, sembra che a Wolfsburg abbiano ancora una fascinazione per gli ex Bmw. O no?

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